martedì 4 ottobre 2011

LA LIBRAIA DI ORVIETO | romanzo di Valentina Pattavina




Elemento positivo: questo breve volume di narrativa nostrana denota uno stile brioso, leggero, scorrevole, impreziosito da citazioni e rimandi alla grande letteratura del nostro paese, incastonate nella trama e motivate dall'attività occasionale della protagonista, commessa in una libreria e appassionata lettrice.
Elemento negativo, tutto il resto.
La bilancia del giudizio finale pende purtroppo in netto sfavore per questo romanzo, la cui lettura, col senno di poi evitabile, si giustifica proprio solo in ragione della felicità dello stile e del poco tempo che ci sottrae.
Tralascio valutazioni troppo soggettive, come il fatto di trovare personalmente scostante, antipatica, fasulla (anche con sé stessa) e tremendamente egocentrica la narratrice Matilde Ferraris, quel tipo di persona che considera il proprio sacrosanto punto di vista come se fosse l’unico parametro disponibile per valutare il comportamento e i gusti altrui (una sorta di precipitato femminile delle caratteristiche peggiori dei protagonisti dei romanzi di Andrea De Carlo).
Se la scrittrice non si rispecchia nella protagonista, avrebbe fatto meglio ad evitare l'io narrante: così vien da pensare che la sig.ra Pattavina abbia voluto dar vita ad una proiezione della sua personalità.
Quello che reputo oggettivamente discutibile è semmai la scelta di supportare a tutti i costi il racconto di vicende di vita ordinaria e di microscopici drammi quotidiani (nel caso, peraltro nemmeno troppo interessanti), sparse sui primi due terzi del libro, con l'inserimento (che tradisce un tributo alla moda letteraria imperante) di un risalente mistero irrisolto e della conseguente immancabile indagine improvvisata, il cui successo finale appare forzato ed improbabile, dipendente com’è da meri colpi di fortuna e da sviluppi del tutto casuali.
Il risultato è che la storia principale, poco interessante e governato soprattutto dalle paturnie e dalle idiosincrasie un tantino isteriche ed irrazionali della protagonista, rimane fondamentalmente tale, cioè poco interessante, e al tempo stesso si rivela ugualmente poco stimolante anche il raccontino subordinato, ovvero la trama blandamente "gialla" (giallognola, vien da dire, per tanto che è esangue e statica) in cui inciampa la Libraia, investigatrice suo malgrado, con l'amico Michele, giornalista free lance. Vicenda nella vicenda nella quale, per ragioni talmente trasparenti e deboli da tradire a distanza l’astuto espediente, viene riesumato un antico delitto rimasto irrisolto, ma l'indagine viene sviluppata con poca convinzione sia dai protagonisti, sia dalla stessa scrittrice. Le spiegazioni finali risultano tanto "classiche", posto che ripropongono uno sviluppo appartenente alla grande tradizione del romanzo giallo (ne sanno qualcosa gli appassionati di Agatha Christie), ma anche del tutto prevedibili, con buona pace della drammaticità che avrebbero potuto conferire alle pagine finali del libro.
I personaggi, che dovrebbero apparire quantomeno verosimili, sono descritti in modo forzato, troppo grottesco e macchiettistico, e l'eccesso di ironia sferzante fa deragliare il racconto in un'inutile deriva farsesca, con perdita di attendibilità dell’intero canovaccio.
Insomma, ho avuto l'impressione di leggere una versione ancora più scialba dei già desolanti gialletti di Mario Vichi con il commissario Bordelli. L'autrice cerca invano di nobilitare l'ambiente geografico, Orvieto, una cittadina che nonostante gli oltre 20.000 abitanti della realtà, nel libro appare piccina come fosse un paesino di 200 anime, e nemmeno troppo apprezzata: scatta inevitabile un confronto con i gialli psicologici di Perissinotto, soprattutto quelli con protagonista la dottoressa Pavesi, emigrata a Bergamo, dove la città ospite viene amata e descritta con ben più appassionato affetto dal romanziere e viene voglia al lettore di precipitarsi a visitarla.
L'unico vero mistero da risolvere, alla fine, è capire cosa siano e a cosa servano le frasette citate tra un capitolo dall'altro, che contribuiscono solo ad aumentare a tradimento il numero di pagine del volume. Sono a tratti incomprensibili, e comunque non hanno la minima attinenza con gli sviluppi narrativi del capitolo che introducono. Per un po' ho pensato fossero anticipazioni dei poemetti di "Madame Georgette", uno dei tanti assurdi personaggi che popolano il romanzo, le cui liriche vengono bollate come "bruttissime". Da qualche parte ho letto che dovrebbe trattarsi di estratti dal Libro di Giobbe. Va bene, non ho verificato, mi importa poco, dal momento che non si capisce come e perchè siano finite lì, tra un capitolo e l'altro, con buona pace per la foresta amazzonica.
Mi spiace essere così drastico e severo nel giudicare l'opera della sig.ra Pattavina.


Oggi in Italia devono essere davvero migliaia gli aspiranti scrittori che hanno un'opera di narrativa nel proprio cassetto, che non vede l'ora di essere pubblicata. Duole constatare come gli editor di una etichetta rispettabile come la Fanucci non abbiano saputo offrire la medesima occasione di ribalta a qualche prova d'esordio ben più valida di questa, un romanzetto che avrebbe avuto diritto di pubblicazione, a mio avviso, solo se fosse stata l'opera transitoria e perdonabile di qualche validissimo grande romanziere in pausa di riflessione, non certo un esordio letterario. Ma tant'è.

domenica 18 settembre 2011

NEMESIS | Mark Millar



Siamo in un momento storico in cui la cultura mediatica, soprattutto quella che sceglie la comunicazione a largo spettro mediante la fiction di "genere" (con i vincenti mix di horror, azione, violenza, fantascienza, spettacolarità, ecc.) subisce il pesante onere imposto dalle esigenze commerciali. E così il cinema è poco e brutto, soffocato da stereotipi, ripetitività e assenza di idee, mentre la buona narrativa è soffocata da montagne di romanzi tutti uguali (vampiri, zombie, tesori nascosti in vecchie biblioteche e gialli del nord europa e così via). Fanno ancora eccezione, per ora, i serial televisivi (mai così trasgressivi e ben scritti) e i comics. Soprattutto in questi ultimi sembra che tutto sia permesso, e i creativi geniali possono davvero dare sfogo alle loro invenzioni, incuranti di calpestare i "sancta sanctorum" del bon ton e del politically correct. Lo sa bene, è evidente, Mark Millar, uno degli scrittori di fumetti più geniali che si siano mai visti, che nel giro di pochi anni ha sfornato capolavori come WANTED, CIVIL WAR e KICK-ASS. Non smentisce questa straordinaria sequela di grandi titoli nemmeno la sua ultima dirompente graphic novel NEMESIS, dove l'autore ripropone un tema sempreverde come quello della vendetta, ma lo reinventa come solo lui sa fare. Accarezzando in modo lieve antiche leggende dell'immaginario collettivo come "Phantomas" (un cattivissmo vintage che i lettori meno giovani non possono aver dimenticato) e uno straordinario film degli anni '30 intitolato "The Most Dangerous Game" (storia ripresa anche, tra l'altro, nel romanzo "Danza macabra" di Dan Simmons, o nei film di Fincher "The Game" e "Zodiac"), Millar inscena in questo veloce e fulminante lavoro un complicatissimo mosaico narrativo, una trama ferrea che non lesina invenzioni e colpi di scena, e al tempo stesso si diverte con perfida ironia a frantumare quanto ci sia ancora di sacro nella nostra degradata civiltà moderna, sbattendoci in faccia ognuna delle grandi paure che ci asserragliano rimbalzando tra la realtà offerta dai quotidiani e quella deformata dal cinema (palazzi che crollano, aerei che si schiantano, gas velenosi, esplosioni in metropolitana, presidenti rapiti, e soprattutto famiglie aggredite e dilaniate dall'interno attraverso le loro debolezze, le loro paure e soprattutto i vincoli autoimposti in nome di dogmi etici e religiosi sempre più ipocritamente venerati).
Questo fumetto (quanto sembra ormai riduttivo usare l'antico termine "fumetti" per indicare lavori così intelligenti e profondi e trasversali) è ardito e trasgressivo al punto da richiedere una giusta "vietatura" ai minori. Ma al lettore dallo stomaco forte offre una ventata di irriverente e autentica spregiudicatezza narrativa, come raramente capita di leggere.
Duole un po' il prezzo: per un'ora di lettura, più un'altra ora supplementare da dedicare alla dovuta contemplazione del dinamismo delle tavole e dell'arte illustrativa di Steve MacNiven (così essenziale per offrire al racconto la sua tagliente potenza espressiva), si spendono ben dodici euro.

martedì 13 settembre 2011

OUT OF SIGHT | Elmore Leonard





Qualche mese fa ho letto la ricca antologia pubblicata da Einaudi con la raccolta quasi integrale dei racconti western che Leonard scrisse agli inizi della sua attività di narratore, e cioè nella seconda metà degli anni 1950. in questi giorni ho invece terminato la lettura di questo romanzo datato 1996, scritto quindi quarant'anni dopo, in un genere molto diverso, ovvero la crime story, calata nella realtà urbana moderna, tra rap e crack, pugili e bande rivali, sullo sfondo di città dell'east coast contrapposte e diverse come Miami e Detroit, paesaggi in cui si snodano le fila della trama del libro, agli antipodi geografici rispetto ai panorami selvaggi, inesplorati e dominati dalla natura incontaminata in cui si calavano le novelle western di quasi mezzo secolo prima.
Se anche per molti aspetti ovvio, è curioso constatare quanto sia evoluto e cambiato lo stile di questo scrittore, ma forse sorprende ancora di più notare invece quali siano i punti fermi del suo approccio al romanzo muscolare e d'azione, che sono rimasti invece invariati nel tempo.
Sotto il primo versante, Leonard è diventato estremamente più cinico, disincantato, e al tempo stesso più rude e brutale nel rappresentare al lettore gli sviluppi violenti o torbidi delle sue storie. I personaggi sono molto più sfaccettati e ambigui, il linguaggio stesso si fa spregiudicato, intriso di una volgarità inevitabile per coerenza con il taglio realistico delle ambientazioni.
Sotto l'altro versante, vale a dire le caratteristiche degli esordi a cui l'auotore è rimasto fedele negli anni, si nota come i racconti western fossero già sufficientemente imprevedibili da reggere il confronto con gli sviluppi del tutto sorprendenti di questo romanzo più recente. Questo fa onore a Leonard ed alla sua precoce sensibilità per il realismo del racconto, per la rinuncia agli schematismi e ai luoghi comuni. Naturalmente tanta spregiudicatezza brilla di più nei vecchi racconti degli anni '50, proprio perchè sfidavano le convenzioni dell'epoca con storie che - una volta portate al cinema, come spesso è accaduto - non hanno conservato la stessa grinta eversvia che avevano sulla pagina scritta. Questo ironico thriller attuale, pubblicato in un'era in cui impazzano le frenetiche e folli scorribande di autori come Lansdale e le disilluse cattiverie di gente come King, risulta inevitabilmente meno trasgressivo, ma si segnala ugualmente per il suo perfetto dosaggio dei registri narrativi ed emozionali. Il racconto segue gli sviluppi di un'improbabile storia d'amore, che è più il cedimento passeggero ad una reciproca infatuazione, a dire il vero, tra Karen Sisco, un'avvenente "sceriffa" (un U.S. Marshall, per la precisione, e cioè quei poliziotti dell'FBI che hanno il compito di braccare gli evasi e riconsegnarli alla giustizia, come il Tommy Lee Jones del famoso film IL FUGGITIVO, per intenderci), e Jack Foley, simpatico farabutto, un lestofante furbetto e sbruffone, troppo sopra le righe per essere un buon rapinatore. I due, nonostante la differenza d'età (lui è molto più vecchio) e soprattutto l'abisso professionale che li separa, si scoprono reciprocamente attratti e per un po' si lasciano guidare dagli istinti e dalle forze della seduzione. Intorno a loro ruota un microcosmo di criminali più o meno pericolosi ed incalliti e di poliziotti più o meno volenterosi ed efficienti, descritti con sagacia da Leonard, che si mantiene fedele ad un tratteggio rapido, abbozzato, ma sempre convincente dei caratteri, dei luoghi e degli eventi. Se fosse un disegnatore di fumetti, disegnerebbe sempre in bianco e nero e con forte contrasto nei chiaro/scuri.

giovedì 18 agosto 2011

LUPI MANNARI AMERICANI | Antologia di Michael Chabon (1999)



Prima ancora della sua attenta capacità di osservazione e di introspezione, prima della sua naturale e non artificiosa originalità, prima dell'ironia e dell'umorismo a tratti caustici, e prima ancora della sua sotterannea ma immancabile sensibilità ed empatia umana, di Michael Chabon va ammirata e venerata la sua geniale ed inarrivabile prosa, così fluida, espressiva, travolgente e creativa da inculcare nelle parole il potere di evocare direttamente nell'anima del lettore sensazioni, immagini, emozioni, utili a tratteggiare i suoi tristi personaggi e le loro disgrazie con vivido contrasto. Parole sempre perfette per farne comprendere le ossessioni e le ordinarie follie.

Al tempo stesso sono vibranti le trame dei racconti, sebbene mai lineari: il sapore di vita autentica che trapela dalle descrizioni, dalle indovinate similitudini, dalle frasi, provoca condivisione e trasporto emotivo, ci permette persino di superare le distanze geografiche e culturali con il piccolo e prosaico mondo americano in cui si sviluppano questi brevi, asciutti, ma fulminanti flash narrativi.

Dio conservi a lungo in salute questo eccezionale scrittore. E lo renda quanto più possibile prolifico.

LA DONNA DELLA DOMENICA | Carlo Fruttero - Franco Lucentini (1972)





Osservazione nr. 1: la trama di questo romanzo giallo avrebbe poco senso se si svolgesse in una località diversa da Torino e in un'epoca diversa dal 1972; è un intrigo strettamente radicato sul territorio in cui si svolge, oserei dire abbarbicato all'essenza stessa della "torinesità" e pertanto ogni tentativo di esportazione (di luogo, ma anche di tempo) ne comprometterebbe la consistenza e i sottili equilibri interni che lo rendono un capolavoro.

Osservazione nr. 2: è evidente che il punto focale dell'opera, l'epicentro dell'interesse che anima gli autori, non è (sol)tanto lo sviluppo del plot criminoso, dell'indagine condotta con sagacia ed efficienza dal siciliano Commissario Santamaria, con il lento, progressivo disvelamento dei molti misteri che circondano la grottesca morte dell'architetto Garrone, quanto piuttosto la ricostruzione di un'epoca e di un ambiente sociale, con tanto di amorevole (ma anche molto critica e a tratti maniacale) descrizione di una delle più inusuali città del nostro paese e dello stile di vita della sua bizzarra popolazione autoctona, esaminata nel suo selettivo isolamento così come nella riottosa e paventata interazione con le molte ondate di immigrazione che l'hanno investita fin dall'apertura dei cancelli della FIAT.

Nonostante quindi l'obiettivo dei caustici autori (ma anche indimenticati giornalisti, saggisti e opinionisti) sia principalmente puntato ad allestire un'intelligente, scientificamente accurata, complessa quanto basta e mai superficiale osservazione del microcosmo sociale della Torino del 1972, essi non hanno perso di vista nemmeno per un istante i dogmi del giallo canonico, non hanno trascurato di saggiare la solidità della loro trama mistery, che infatti risulta, a conti fatti, ineccepibile e perfettamente logica, oltreché non priva di tensione e di qualche brusca sorpresa (a cui dovranno invece rinunciare quelli che, come me, hanno già visto ed ammirato il bellissimo film di Comencini che era stato tratto negli anni '70 da questo libro; mi sono rifiutato di vedere la recente fiction televisiva, invece: mi sono bastati i trailer per capire che era meglio tenersene alla larga).

E non meno affascinante risulta essere la cura con cui vengono tratteggiati gli indimenticabili personaggi, verosimili e credibili, e proprio per questo tremendamente affascinanti, a partire dalla capricciosa Maria Carla e dal suo raffinato amico gay Massimo, che con i loro inesauribili battibecchi e il loro apparente distacco dalla quotidianità, offrono invece all'investigatore Santamaria preziosi spunti per uscire dal groviglio di indizi che circonda l'omicidio dell'urfido architetto.

Nonostante i quasi quarant'anni passati dalla prima edizione, LA DONNA DELLA DOMENICA continua ad essere tutt'ora un esemplare maiuscolo di narrativa gialla italiana, talmente vibrante, cattivo e azzardato da poter reggere il confronto con gli scafati contemporanei (Lucarelli, Camilleri e compagnia bella). Il libro offre anzi una lezione che meriterebbe di essere considerata e appresa anche da alcuni autori di oggi che, sempre ammaliati dal Maigret di Simenon (così come lo sono stati innegabilmente anche i nostri Fruttero & Lucentini) si cimentano con gialli introspettivi e sociologici, ma puntualmente si scordano che il giallo, in primis, deve sorreggersi su di un racconto granitico (penso, ad esempio e tra i tanti, ad alcune desolanti avventure del commissario Bordelli di Marco Vichi che ho letto di recente).

La DONNA DELLA DOMENICA resta dunque un punto di riferimento, esaltante nel piacere della lettura (vista anche la prosa raffinata e seducente) quanto lo erano le immagini del film con Mastroianni, la Bisset e Trintignant.

domenica 5 giugno 2011

UN BRAVO RAGAZZO | romanzo di Giampaolo Morelli (2011)



Giù negli umori del giovane maschio,
ovvero come venni arruolato nell'esercito del Generale Uccello


Morelli scrittore è una rivelazione a dir poco esplosiva.
Il viaggio breve ed esilarante attraverso vita e pensieri del sedicenne Raimondo Ricci, personaggio dai contorni piscologici nitidissimi e dalla vitalità prorompente, durante alcuni mesi determinanti della sua adolescenza, è un'esperienza di rara autenticità e coraggio.
L'impressione dominante è che Morelli abbia aperto completamente le porte alla magia dell'introspezione psicologica, con una sincerità disposta a tutto pur di non tradire il flusso genuino dei pensieri, dei sogni, delle frustrazioni, delle ossessioni e delle paure di questo suo piccolo eroe che non si dimentica facilmente, pur essendo l'incarnazione del più comune tra gli adolescenti.
Oltre all'universo del giovane maschio nelle sue fasi più prorompenti, il libro rispecchia con godibile fedeltà anche alcune altre micro-realtà e universi sociali e culturali del nostro paese: l'ambiente familiare alto-borghese, Napoli, i primi anni '90 (la copertina della prima edizione Fazi c'azzecca poco, però, con quel look tipicamente 2011 del ragazzotto visto di spalle).

Al centro di questo libro, che si legge tutto d'un fiato, resta comunque protagonista una breve fase dell'esistenza di un ragazzo qualunque, le sue sofferenze e le sue paure, analizzate fino al momento di scoprire che il segreto per superare il travaglio del cambiamento è racchiuso nella capacità d'aver la forza di assecondare le proprie pulsioni. Una vita autentica, raccontata con uno stile fluido, equilibrato, onestissimo.

Prima di affrettarsi a leggerlo ci sono alcune raccomandazioni da tenere a mente.

Intanto che è una storia che piacerà più ai lettori di sesso maschile, i quali ben conoscono cosa alberga nelle loro menti e nei loro cuori (chi più in profondità, chi meno), e che quindi apprezzeranno di più tutta questa cruda sincerità nel mettere in luce pregi e difetti dell'essere maschi, senza falsi pudori, senza nascondere a se stessi la meschinità dei pensieri quando si viene arruolati nell'esercito del Generale Uccello.
E poi che è un libro molto viscerale e sincero. Morelli non ha paura di "sporcarsi" le mani, anche fuor di metafora. Lo stesso deve essere pronto a fare il lettore.

Per fare qualche paragone spicciolo, va detto che la gioventù napoletana descritta da Morelli non si perde negli intellettualismi e nelle pastoie moral-religiose di quella piemontese dell'"Emmaus" di Baricco, ma ne vive nevrosi comuni, vicine anche alle recenti frustrazioni che abbiamo letto nei "Numeri Primi" di Giordano o nel succinto "Io e te " di Ammaniti, mentre siamo lontani - al contrario e per fortuna - dalle stucchevolezze nazional-popolari di Moccia.

Insomma, UN BRAVO RAGAZZO è un nuovo valido tassello nel ricco e prolifico filone di romanzi di formazione italiani, che ha così tanto prosperato nei nostri anni '10 e che sembra destinato a prosperare ancora, tra alti e bassi.

Nel suo mantenersi in un equilibrio ispirato e perfetto tra rappresentazione e pensiero, la prosa di Morelli sa di vita vera, e si fa amare, perdonare e godere, anche e soprattutto per questo.

mercoledì 18 maggio 2011

SOSTIENE PEREIRA | romanzo di Antonio Tabucchi (1994)








Su questo magnifico romanzo del 1994, divenuto a buon diritto un classico della nostra letteratura contemporanea, si sono versati fiumi di inchiostro, e quindi c'è poco da dire che non sia già stato detto.



Mi va di parlarne solo perchè provo un immenso piacere quando leggo un libro così suggestivo, impegnato, stimolante, raffinato ed emozionante come questo, e lo trovo al tempo stesso leggero e rinfrescante come bere un bicchier d'acqua. Con la sua prosa scorrevole, Tabucchi ci dimostra come la densità delle idee e dei pensieri non debba necessariamente tradursi in pesantezza concettuale. Insomma, un caso in cui la grande letteratura si legge con la stessa fluidità con cui si affrontano i romanzi d'evasione.



SOSTIENE PEREIRA è un libro che offre molti stimoli, come si conviene alla letteratura autentica. Tra i tanti spunti di riflessione, ovviamente quello che affascina maggiormente è l'invito all'impegno civile, che non si traduce mai in furore estremista o in rabbiosa sobillazione. Tabucchi offre invece una pacata invettiva, e lo fa plasmando un personaggio di straordinaria vitalità, questo pigro vedovo di mezz'età che neutralizza con la lettura e con il suo lavoro di recensore culturale per un giornale minore della Lisbona del 1938, in piena dittatura quindi, il dolore per il vuoto esistenziale in cui si è lasciato sprofondare dopo la morte dell'amata moglie. Pereira è un uomo di salde convinzioni religiose, appena consapevole dell'accidia che sta progressivamente incrostando le sue giornate. Nutre un grande rammarico per non aver potuto coronare gli anni di vita matrimoniale con la nascita di un figlio, e così si affeziona come un padre al giovane sprovveduto intellettuale in cui si imbatte quasi per caso, mentre attraversa una fase della sua esistenza sempre più votata al pensiero della morte e dell'abbandono. Il ragazzo Monteiro Rossi, che Pereira prende sotto la sua ala protettiva, e in seguito anche la sua affascinante ma enigmatica fidanzata Marta, stimolano nell'anziano un nuovo interesse per la vita, e soprattutto risvegliano il suo senso civico, la consapevolezza di avere un forte dovere di opporsi, con l'energia controllata e pacata propria dell'intellettuale, alle malefatte del regime dittatoriale di Salazar.



Uno spunto intenso, affascinante, che cattura l'attenzione del lettore fin dalle prime pagine e conduce a divorare in qualche giorno il romanzo. Una lettura quanto mai attuale, che ricorda a tutti i cittadini vigili e consapevoli l'obbligo morale di impegnarsi nel proprio quotidiano con rispetto, intelligenza, spirito critico e forte serietà dei costumi. Semplicemente grande.

martedì 17 maggio 2011

UN BRIVIDO SULLA SCHIENA DEL DRAGO | romanzo di Danilo Arona


Va detto subito che Danilo Arona scrive molto bene. Davvero molto bene.
A differenza di molti autori italiani sedotti, come lui, dalla narrativa horror, Arona non utilizza un "gergo" da narratore horror, evita in modo lodevole di scimiottare lo stile dei grandi d'oltreoceano. Critico letterario e cinematografico, questo scrittore alessandrino ancora ingiustamente poco conosciuto, nonostante il suo ormai monumentale contributo alla narrativa e alla fiction di genere pulp del nostro paese, utilizza per la sua narrativa uno stile molto personale, che non sceglie mai di raccontare in modo lineare lo sviluppo degli eventi, e che entra ed esce dall'introspezione soggettiva con una disinvoltura che lascia spiazzati. Leggere i suoi libri non è mai rilassante e facile, e non solo per i temi trattati. Arona, da scrittore intelligente, ama confrontarsi con l'intelligenza dei suoi lettori, mettendola alla prova, divertendosi spesso a sovvertire le atmosfere, i panorami, i contesti in cui costruisce le sue trame.

Detto questo, occorre anche notare come questo autore abbia compiuto delle scelte "poetiche" consapevolmente estremiste, che lo espongono ad una di certo consapevole possibilità di risultare irritante. Intanto Arona si cura poco della verosimiglianza delle sue storie. Interessato com'è a stressare gli eventi è disposto a sacrificare la sospensione dell'incredulità del lettore, pur di tirare colpi bassi, e mostrare alla luce del sole tutte le interiora e le marcescenze che gli riesce di disseppellire. Altra cosa, a parer mio meno perdonabile, è di contaminare troppo la sua vena creativa con una misantropia verosimilmente radicata nel suo carattere: si capisce lontano mille miglia che Arona è un "selvatico", un orso, uno di quelli che ama poco i prossimi suoi, e che magari se lo si avvicina al bar per scambiare due parole ti ripaga con un paio di grugniti per rinsaldare le distanze. D'accordo, non lo conosco, sto solo speculando, ma si intuisce tutto questo dalla scarsa affezione di questo scrittore per tutti (senza eccezioni) i suoi personaggi, che tratta con distacco. Li sa raccontare bene, li rende credibili, ma giusto quanto basta per farli finire in maniere tragiche: l'autore non ama i suoi personaggi, e li tratta di conseguenza. Non si commuove per la loro sorte, non li lascia respirare il tempo necessario per permettere al lettore di trepidare per il loro destino.

E così veniamo a questo piccolo romanzo di horror estremo che è UN BRIVIDO SULLA SCHIENA DEL DRAGO. Storia scombiccherata e sgangherata oltremodo, nata probabilmente come pretesto per mettere insieme delle piccole novelle, o meglio, dei flash narrativi, appiccicati l'un l'altro con uno strampalato ordine logico/cronologico. Tutto questo si vede e si coglie, per cui dopo un po' non ci si sforza più di mettere insieme tutti gli anelli di una trama intrigante, certo, ma troppo smagliata per essere pienamente apprezzata.

Detto questo, i singoli flash narrativi, gli episodi grandi e piccoli che si susseguono in modo inatteso e spasmodico, spaziando dall'horror più atmosferico allo splatter più brutale, sono tutti, a modo loro, intriganti, e lasciano il segno molto più che non lo "sguardo d'insieme".

Una lettura diversa dal solito, certamente non leggera e non svagante, resa anche un tantino difficile dall'edizione, che consegna il romanzo ad un volumetto formato breviario, con caratteri piccoli, eccellenti per testare lo stato della propria presbiopia.

martedì 10 maggio 2011

INCUBI, antologia horror di Lapo Ferrarese


Un nuovo viaggio ai confini della realtà.

Lapo Ferrarese propone la sua seconda antologia di racconti, intitolata INCUBI.

A differenza della precedente raccolta OMBRE (edizioni Phasar), che era auto-prodotta, questa seconda antologia è edita da Galaad e normalmente commercializzata (io l'ho chiesta direttamente alla casa editrice). Poco importa se l’autore non è molto noto, pubblicizzato e pluridecorato: il piacere del brivido dimora anche nelle opere piccole piccole, che si tengono nell’oscurità.

Nel primo racconto un avventato poliziotto si getta all’inseguimento di tre rapinatori, nel cuore della notte. Dopo aver provocato una serie di brutti incidenti, l’auto dei malviventi finisce in una sperduta stradina di campagna, dove il poliziotto riesce finalmente ad acciuffarli e ad arrestarli, salvo scoprire di aver perso ogni contatto con la centrale di polizia e di essere anche lui completamente perso e isolato. Poco dopo, dal buio salta fuori un inquietante anziano, arrivato da chissà dove, il quale informa il poliziotto che i tre, fuggendo, hanno causato diverse vittime ignare, e pertanto gli ordina di dare esecuzione alla loro sentenza di morte. Il poliziotto ovviamente rifiuta di giustiziare sommariamente i tre delinquenti, ma in questo modo scatena l’inarrestabile aggressione da parte di creature animalesche e mostruose.

Nella seconda novella, senz’altro la più suggestiva della raccolta, un ragazzo di diciassette anni, rimasto solo nel grande appartamento dei genitori che sono in vacanza, viene svegliato nel cuore della notte da un sogno inquietante, in cui si è visto assalire da una gelida creatura mostruosa emersa dal buio. Poco dopo viene attirato da una corrente d’aria che lo conduce suo malgrado ad esplorare il solaio di casa, dove scopre l’esistenza di una grata da cui si può sbirciare l’androne della casa confinante. Da questo scorcio il ragazzo assiste sbalordito ad una scena terribile e surreale, che dà inizio ad una vera e propria lotta contro il tempo per salvare ignare vittime dall’assalto di un essere mostruoso e vorace che dimora nel buio.

Nel terzo ed ultimo racconto partecipiamo ad un ricevimento di gran classe, organizzato in una grande e lussuosa villa di altri tempi, nei cui meandri si nasconde un segreto terribile. Le persone che si allontanano dalle luci della festa e si addentrano nei recessi della magione scompaiono senza lasciare traccia.

Rapidi, stringati, i racconti horror di Lapo Ferrarese seguono percorsi inusuali e si dimostrano serrati come solo le migliori storie di paura sanno essere. E contengono molti motivi per essere apprezzati.

Prima di tutto l'autore non si lascia prendere la mano dalla voglia di stupire, si preoccupa solo di mettere al centro di tutto l’esposizione degli eventi, che racconta con una rapida efficacia, senza perdersi troppo in inutili digressioni.
Fa sempre piacere trovare un narratore horror che punta diritto allo sviluppo narrativo, senza cercare di inebriare il lettore con descrizioni oniriche e con il solito prolisso naufragio nei meandri della psiche e dei pensieri dei personaggi descritti. Poca introspezione, quindi, e molta attenzione a ricreare fatti, atmosfere e dettagli, gli unici a fornire al lettore un aggancio con la propria quotidianità e con le esperienze vissute, senz’altro la strada migliore per ottenere la “sospensione dell'incredulità” e ingenerare subito dopo un’efficace immedesimazione nel racconto.

Altro grande merito è quello di non lambiccarsi più di tanto nell’offrire spiegazioni razionali e chiarimenti fino all’ultimo cervellotico dettaglio. Le storie horror sono storie dell’irrealtà, vivono e si alimentano di imprevisti, sono un mosaico di situazioni necessariamente inverosimili e assurde, ai limiti del grottesco, della follia e del caos. Prendete gli indimenticabili racconti di Clive Barker, dove la stravaganza regna incontrastata, oppure il torbido ed ineffabile mistero che grava sulla celeberrima "Hill House" di Shirley Jackson, che sembra tra l’altro aver ispirato un tantino l’ultima novella di Ferrarese. I narratori (e i lettori) che esigono che dopo il mistero arrivino le spiegazioni razionali, l'ordine e la chiarezza, non hanno capito nulla di questo genere e in realtà cercano solo di ritrovare un approdo sicuro a cui aggrapparsi per smettere di avere paura. Lode a Ferrarese, quindi, che ha saputo limitare il naturale impulso del narratore a far quadrare tutto quanto. Va bene abbozzare qualche ipotesi o qualche spiegazione, lasciando che i suoi personaggi, di fronte all’impossibile, cerchino salvezza in qualche appiglio razionale. Ma bisogna evitare che l’eccesso di spiegazioni rovini tutto il fascino suscitato dall’orrore e spazzi via i germi della paura, sostituendoli il più delle volte con la convinzione di essere in presenza di una trama scombiccherata: Lapo Ferrarese è bravo a trovare un equilibrio tra verosimiglianza e irrazionalità e non cade in questa facile trappola in cui si infilano spesso scrittori ben più noti e celebrati.

Altro motivo di soddisfazione è trovare dei personaggi moralmente limpidi, puliti, buoni. Soprattutto i protagonisti dei due primi racconti (il poliziotto e il ragazzo) sono persone dall’animo buono, senza macchia. Basta con personaggi sordidi, pieni di sensi di colpa e di peccati da espiare. Basta con il mostro che arriva per fare giustizia dei torti e delle cattiverie umane. Quando l’orrore assale con spietata voracità anche gli innocenti la paura aumenta in modo esponenziale.

Alla fine, l’unico vero difetto di INCUBI è di essere troppo breve:
il piacevole sapore della lettura avrebbe richiesto almeno un paio di vicende ancora, per rendere la raccolta davvero memorabile.

Coraggio, signor Ferrarese, si dia da fare a sognare i suoi incubi: questi sono stati un aperitivo ben più che stuzzicante.


Qui sotto la copertina originale del libro, mentre in epigrafe trovate una versione bozza, ma ben dettagliata, del disegno realizzato da Max Guadagni.

domenica 8 maggio 2011

IL DIVORATORE di Lorenza Ghinelli





Orrori di ieri, orrori di oggi
I semi gettati dagli autori horror degli anni '70 hanno germogliato nei figli di quegli anni, ed hanno generato oggi uno stuolo di nuovi narratori della paura, tutti accomunati dall'essere rabbiosi, inquieti, onirici, gravati da una visione pessimistica e senza speranze del genere umano e dei regni spirituali che si nascondono nei territori della psiche. Questo esile e caustico piccolo romanzo non propone una storia che brilla per originalità, ma credo che la coraggiosa autrice del libro, questa talentuosa ragazza del 1981, non si offenderebbe, se uno glielo andasse a dire. La trama del suo "Divoratore" è intrisa (di proposito, credo) degli incubi di grandi auotori italiani, come il Pupi Avati de "La casa dalle finestre che ridono", o il Dario Argento di "Profondo rosso", per come hanno narrato ossessioni infantili in bilico tra realtà e fantasia morbosa. Al temo stesso ci ritroviamo i racconti "ai confini della realtà" dei grandi Richard Matheson o Ray Bradbury, con i loro spettri voraci e divoratori, e poi dopo di Stephen King, con il suo indimenticabile "It", di Clive Barker, passando per il Dan Simmons di "L'estate della paura".
Lorenza Ghinelli ha fatto sue quelle grandi storie, e le ripropone oggi in una vicenda che è però figlia dei nostri tempi, dove l'orrore - se possibile - è ancora più livido e inquietante perchè si cala al centro di un tessuto sociale talmente sfilacciato da risultare irrecuperabile. Negli orrori degli anni '70 i ragazzini erano l'unica speranza per combattere e per vincere il male. Qui, nel nuovo orrore italiano, i ragazzini, incubati in famiglie disgregate, asettiche e, nella migliore delle ipotesi, insulse, sono loro stessi a generare il male, e poi a caderne vittima, risucchiati in una sorta di ritorno a quello stesso inferno in cui sono stati generati. Intorno a loro, l'ennesima rappresentazione di un panorama provinciale senza risorse, senza prospettive. Ha un bel dire Evangelisti nel suo commento al libro: non si riesce a non "divorare" questo romanzo, la sua prosa risucchiante è anche uno dei suoi pregi principali. Anche se l'opera non pare priva di difetti. Ci sono alcuni luoghi comuni, forse i quadri familiari abietti in cui crescono molti dei ragazzi raccontati nel libro potrebbero essere meno scontati. Pietro Monti, l'inevitabile ragazzino autistico intorno a cui ruotano alcuni degli eventi cardinali della storia, nelle intenzioni della Ghinelli avrebbe dovuto essere appunto uno dei fulcri emotivi della trama, ma molto spesso appare troppo finto, fumettistico, risaputo. L'autrice riesce perlomeno a sottrarsi allo sviluppo di farlo risultare l'obiettivo principale del Male. Così come lo stesso "mostro" risulta essere, a volte, poco convincente. Molto più autentico e amabile il personaggio al tempo stesso fragile e risoluto di Alice, l'eroina della vicenda, in cui evidentemente la Ghinelli ha voluto distillare qualcosa di sè stessa.
Lo stile narrativo dell'autrice ricorda molto quello del suo quasi conterraneo Gianluca Nerozzi. Anche lei, come il grandissimo Nero, indulge tanto, a volte persino troppo, in un fraseggio pesantemente allegorico, con un uso evocativo e talora enfatico degli aggettivi, con un ininterrotto ricorso alla metafora, nel proposito di privilegiare una prosa immaginifica, quasi poetica, eppure difficile da visualizzare, in controtendenza rispetto al trascinante fluire degli eventi. L'effetto, usato soprattutto nella parte finale, per dare forma agli sviluppi surreali del romanzo, finisce con l'interrompere di continuo quel processo di "visualizzazione mentale" che si opera nel lettore, il quale fatica a ritrovarsi del tutto coinvolto dagli eventi, quando la strada della descrizione è così irta di iperboli. Intendiamoci: il romanzo è scritto bene, l'italiano è fluente e ammaliante, e quando invece la scrittrice descrive, con le sue frasi brusche e succinte, le parti quotidiane e realistiche della storia, ottiene immagini quasi fotografiche, pennellate espressioniste: in queste fasi l'autrice dà il meglio di sè.
Insomma, si tratta di un altro discreto romanzo horror italiano, che si aggiunge ad una nutrita schiera, capeggiata da quelli scritti da Baldini e da Nerozzi (appunto) e da tanti altri interessanti giovani scrittori, tutti da tener d'occhio, nella speranza che anche loro, come i primi due che ho citato, possano lasciare un segno vivido e duraturo.
Spiace che la Ghinelli, a differenza di altri, abbia fatto incetta di recensioni negative: sui principali social dedicati ai libri, sembra quasi che i lettori abbiano fatto a gara nel darle addosso, quasi tutti sottolineano come la prefazione di Evangelisti sia in stridente contrasto con la qualità del libro. Non mi trovo d'accordo con tanta acrimonia, che francamente non so spiegarmi: IL DIVORATORE, come ho detto, non è esente da difetti, ma nel campo dell'horror si è letto ben di peggio, sia di produzione italiana, sia di provenienza estera.
Coraggio, Lorenza, dacci dentro: leggerò volentieri quello che scriverai in futuro. Nota conclusiva: senza ovviamente sapere nulla di quello che si narrava nel romanzo, l'ho letto in due giorni, il 7 e l'8 maggio, gli stessi giorni in cui avvengono alcuni dei fatti decisivi del libro. Wow, da brividi.

sabato 30 aprile 2011

LA SCOMPARSA DELL'EREBUS di Dan Simmons



Il nuovo mostro di Simmons scatena autentico terrore

L'horror moderno ha un disperato bisogno di originalità e di mostri inediti, che escano dalla routine e dagli schemi degli ormai abusati vampiri, zombi e licantropi. L'incomparabile Dan Simmons lo sa bene: e infatti si industria per offrire ai suoi lettori idee sempre nuove, sconcertanti ed imprevedibili. I suoi romanzi horror sono inusuali e l'autore si diverte a mescolare generi e letterature.

In questo suo ennesimo capolavoro riesce a far coesistere da una parte il romanzo storico e quello avventuroso, con un sapiente distillato di Conrad e Melville, di Borroughs e Verne, di Conan Doyle e Salgari, e dall'altra parte il racconto horror e surreale, racchiudendo tutta quanta questa esplosiva miscela in un'inattaccabile griglia di nozioni storiche autentiche, accuratamente raccolte e documentate.



I suoi libri sono sempre costruiti su informazioni seriamente verificate e su approfondite nozioni storiche e geografiche, segnale di un complesso lavoro di ricerca e di preparazione, allestito con cura maniacale, prima di scrivere il racconto con la sua consueta profondità lessicale.



Un romanzo di Simmons non è mai una lettura banale, una frivola parentesi per la pura evasione. Al contrario, lo spessore culturale manifestato dall'autore, lontano dal ridursi ad uno sterile sfoggio di sapienza, costituisce sempre ragione di particolare impegno per il lettore, cui non è consentito abbandonarsi alla trascinante narrazione, ma che deve restare vigile lungo il tracciato per non perdersi in esso.



LA SCOMPARSA DELL'EREBUS non sfugge a queste regole.


Va detto che la traduzione del titolo è suggestiva, ma fuorviante, rispetto all'originale THE TERROR, che allude ambiguamente sia al nome della nave da esplorazione al centro della vicenda (che non è certo l'ammiraglia Erebus), sia all'omonima emozione che imprigiona, non meno del freddo artico, gli sfortunati esploratori dell'equipaggio.



Il romanziere propone prima di tutto un'istruttiva e approfondita ricostruzione della vita dei marinai britannici del 1845, dei loro viaggi eroici nell'inospitale Nord per trovare il leggendario "Passaggio a Nord Ovest", e poi si cura, in particolare, di raccontare le traversie dalle conseguenze disastrose della spedizione perduta delle navi Erebus e Terror, guidate da sir John Franklin.


Approfittando degli spazi lasciati liberi dalla storia e inghiottiti per sempre da quei territori inospitali, Simmons utilizza i fatti così accuratamente assemblati come trampolino di lancio per proiettare nel nostro immaginario un nuovo, terrificante mostro, un incubo del tutto inedito nella narrativa horror, che con le sue imprevedibili aggressioni assassine, con la sua presenza dissimulata dal buio della notte artica, si candida (al parti del famoso "Shrike" di HYPERION) a riapparire negli incubi futuri del lettore.


Un grande romanzo di avventura, fantasy e horror di quelli che appaiono sporadicamente in un intero decennio. Meriterebbe un'accurata trasposizione in qualche eccellente miniserie televisiva.

L'ISOLA DI SUKKWANN di David Vann



Una sconvolgente discesa agli inferi


Un libro è grande anche quando racconta cose brutte. Quello che si legge sulla copertina del libro non lascia immaginare quanto siano sconvolgenti e shoccanti gli sviluppi di questo romanzo, tanto ammirevole quanto difficile da affrontare.


L'autore usa uno stile asciutto, stringato, bruciante nella sua rude semplicità e schiettezza, che fa davvero pensare a Cormac McCarthy, come suggeriscono i recensori, anche se la prosa è meno introversa e allusiva di quella dell'autore di LA STRADA (e quindi, anche per questo, decisamente più lineare e scorrevole). Come nel capolavoro LA STRADA, anche in questo libro assistiamo ad un rapporto tra padre e figlio, in un ambiente desolato e governato dalle severe regole della natura selvaggia. Ma stavolta si tratta di un rapporto antitetico a quello descritto da McCarthy. Là c’era un padre che considera il proprio figlio l'incarnazione stessa della speranza e quindi non esita a sacrificare sè stesso per garantirgli la sopravvivenza, qui c’è un padre che considera il figlio come uno mero strumento cui aggrapparsi per garantirsi la propria, di sopravvivenza, uno spettatore muto della sua disperazione, fino ad arriva a soffocarne l'esistenza, ad intrappolarlo in una gabbia di sconforto senza vie d'uscita.


Qualcuno vi troverà anche qualche reminiscenze del bellissimo LA COSTA DELLE ZANZARE di Paul Theroux, altro eccezionale aplogo di un rapporto padre / figlio, in cui si racconta dell'indimenticabile inventore Charlie Fox, che vuole ridefinire il destino della propria famiglia spingendola in terre estreme, all'inseguimento di un sogno illusorio, spinto da sotterranee pulsioni autodistruttive.


Il romanzo di David Vann è sostanzialmente diviso in due. Nella prima parte la vicenda è narrata dal punto di vista del tredicenne Roy: attraverso il suo sguardo sgomento e preoccupato ci viene progressivamente presentato il personaggio del padre Jim, un uomo frustrato, depresso, inetto, egoista e incline all'autocommiserazione, il quale, nonostante la sua fondamentale incapacità nel gestire e organizzare alcunché, propone (o meglio, impone) al figlio di trascorrere un anno intero su un'isola deserta, lontani dalla civiltà, allo scopo di rigenerarsi a contatto con le forze di una natura difficile ed ostile, e con il proposito di ricostruire un rapporto che è venuto meno dopo che l'uomo ha divorziato dalla madre del ragazzo.


Scopriamo che in realtà Roy ha aderito suo malgrado al progetto del padre, per soddisfare un'inconscia esigenza del genitore che egli non è sicuro di comprendere, ma soprattutto per l'incoffessata paura che il padre, che ha già dato prova di debolezza e di instabilità emotiva, di fronte ad un suo rifiuto ed immerso nella solitudine di quel forzato isolamento, possa arrivare a commettere un gesto irreparabile.


Nella seconda metà del romanzo, di fronte ad uno sviluppo imprevedibile e sconcertante che spezza letteralmente in due la trama del libro, le vicende sono narrate dal punto di vista ossessivo e maniacale di Jim, e da questo momento l'autore lascia emergere quale sia la vera sostanza del progetto dell'uomo, sconfitto dall'inesauribile mosaico di fallimenti della sua esistenza, alla disperata ricerca di una stima di sè che ormai non merita più, di un riscatto per il proprio orgoglio.


David Vann ci accompagna, con un coraggio intellettuale sbalorditivo, giù, verso l'inferno personale in cui si cala la psiche del protagonista, sconcertante esempio di un'umanità fallita, diseducata al dovere, alla responsabilità, all'altruismo, alla dedizione e al sacrificio. Ci vuole grande coraggio per scrivere una storia tanto terribile, estrema e priva di vie d’uscita. Una lettura indimenticabile proprio perchè dolorosa, estrema, lacerante, capace di ferire la sensibilità del lettore non meno di quanto abbia ferito l'animo dell'autore il suicidio del padre, evento che ha ispirato il romanziere a scrivere il libro.


Un romanzo da affrontare ben sapendo che vi sono descritte situazioni di una drammaticità inusuale, a tratti insostenibile. Cionondimeno dobbiamo renderci conto che un libro non deve necessariamente edificare per essere reputato un capolavoro. E questo romanzo, mi sento di dirlo, lo è.