domenica 8 maggio 2011

IL DIVORATORE di Lorenza Ghinelli





Orrori di ieri, orrori di oggi
I semi gettati dagli autori horror degli anni '70 hanno germogliato nei figli di quegli anni, ed hanno generato oggi uno stuolo di nuovi narratori della paura, tutti accomunati dall'essere rabbiosi, inquieti, onirici, gravati da una visione pessimistica e senza speranze del genere umano e dei regni spirituali che si nascondono nei territori della psiche. Questo esile e caustico piccolo romanzo non propone una storia che brilla per originalità, ma credo che la coraggiosa autrice del libro, questa talentuosa ragazza del 1981, non si offenderebbe, se uno glielo andasse a dire. La trama del suo "Divoratore" è intrisa (di proposito, credo) degli incubi di grandi auotori italiani, come il Pupi Avati de "La casa dalle finestre che ridono", o il Dario Argento di "Profondo rosso", per come hanno narrato ossessioni infantili in bilico tra realtà e fantasia morbosa. Al temo stesso ci ritroviamo i racconti "ai confini della realtà" dei grandi Richard Matheson o Ray Bradbury, con i loro spettri voraci e divoratori, e poi dopo di Stephen King, con il suo indimenticabile "It", di Clive Barker, passando per il Dan Simmons di "L'estate della paura".
Lorenza Ghinelli ha fatto sue quelle grandi storie, e le ripropone oggi in una vicenda che è però figlia dei nostri tempi, dove l'orrore - se possibile - è ancora più livido e inquietante perchè si cala al centro di un tessuto sociale talmente sfilacciato da risultare irrecuperabile. Negli orrori degli anni '70 i ragazzini erano l'unica speranza per combattere e per vincere il male. Qui, nel nuovo orrore italiano, i ragazzini, incubati in famiglie disgregate, asettiche e, nella migliore delle ipotesi, insulse, sono loro stessi a generare il male, e poi a caderne vittima, risucchiati in una sorta di ritorno a quello stesso inferno in cui sono stati generati. Intorno a loro, l'ennesima rappresentazione di un panorama provinciale senza risorse, senza prospettive. Ha un bel dire Evangelisti nel suo commento al libro: non si riesce a non "divorare" questo romanzo, la sua prosa risucchiante è anche uno dei suoi pregi principali. Anche se l'opera non pare priva di difetti. Ci sono alcuni luoghi comuni, forse i quadri familiari abietti in cui crescono molti dei ragazzi raccontati nel libro potrebbero essere meno scontati. Pietro Monti, l'inevitabile ragazzino autistico intorno a cui ruotano alcuni degli eventi cardinali della storia, nelle intenzioni della Ghinelli avrebbe dovuto essere appunto uno dei fulcri emotivi della trama, ma molto spesso appare troppo finto, fumettistico, risaputo. L'autrice riesce perlomeno a sottrarsi allo sviluppo di farlo risultare l'obiettivo principale del Male. Così come lo stesso "mostro" risulta essere, a volte, poco convincente. Molto più autentico e amabile il personaggio al tempo stesso fragile e risoluto di Alice, l'eroina della vicenda, in cui evidentemente la Ghinelli ha voluto distillare qualcosa di sè stessa.
Lo stile narrativo dell'autrice ricorda molto quello del suo quasi conterraneo Gianluca Nerozzi. Anche lei, come il grandissimo Nero, indulge tanto, a volte persino troppo, in un fraseggio pesantemente allegorico, con un uso evocativo e talora enfatico degli aggettivi, con un ininterrotto ricorso alla metafora, nel proposito di privilegiare una prosa immaginifica, quasi poetica, eppure difficile da visualizzare, in controtendenza rispetto al trascinante fluire degli eventi. L'effetto, usato soprattutto nella parte finale, per dare forma agli sviluppi surreali del romanzo, finisce con l'interrompere di continuo quel processo di "visualizzazione mentale" che si opera nel lettore, il quale fatica a ritrovarsi del tutto coinvolto dagli eventi, quando la strada della descrizione è così irta di iperboli. Intendiamoci: il romanzo è scritto bene, l'italiano è fluente e ammaliante, e quando invece la scrittrice descrive, con le sue frasi brusche e succinte, le parti quotidiane e realistiche della storia, ottiene immagini quasi fotografiche, pennellate espressioniste: in queste fasi l'autrice dà il meglio di sè.
Insomma, si tratta di un altro discreto romanzo horror italiano, che si aggiunge ad una nutrita schiera, capeggiata da quelli scritti da Baldini e da Nerozzi (appunto) e da tanti altri interessanti giovani scrittori, tutti da tener d'occhio, nella speranza che anche loro, come i primi due che ho citato, possano lasciare un segno vivido e duraturo.
Spiace che la Ghinelli, a differenza di altri, abbia fatto incetta di recensioni negative: sui principali social dedicati ai libri, sembra quasi che i lettori abbiano fatto a gara nel darle addosso, quasi tutti sottolineano come la prefazione di Evangelisti sia in stridente contrasto con la qualità del libro. Non mi trovo d'accordo con tanta acrimonia, che francamente non so spiegarmi: IL DIVORATORE, come ho detto, non è esente da difetti, ma nel campo dell'horror si è letto ben di peggio, sia di produzione italiana, sia di provenienza estera.
Coraggio, Lorenza, dacci dentro: leggerò volentieri quello che scriverai in futuro. Nota conclusiva: senza ovviamente sapere nulla di quello che si narrava nel romanzo, l'ho letto in due giorni, il 7 e l'8 maggio, gli stessi giorni in cui avvengono alcuni dei fatti decisivi del libro. Wow, da brividi.

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